Verso la terza guerra mondiale?

Il 3 settembre la Corea del Nord ha effettuato un test nucleare sotterraneo, il sesto da quello del 2006 seguito al ritiro del Paese dal Trattato di Non-Proliferazione Nucleare tre anni prima. L’intensità  della scossa sismica, superiore al sesto grado della scala Richter, conferma essersi trattato di un ordigno termonucleare in fase di sviluppo, di potenza non inferiore ai 100 kt e probabilmente di circa 140 kt “ un kt corrisponde a mille tonnellate equivalenti di esplosivo chimico (TNT)“, ma forse di 300 kt o più. L’assenza di dati essenziali, quali profondità dell’esplosione e caratteristiche del terreno, rendono assai imprecise le stime. Ma la bomba di Hiroshima, di potenza calcolata in 12,5 kt, causò entro la fine di quell’anno 140/150.000 morti. La minaccia nord-coreana nei confronti di Corea del Sud e Giappone, e in un futuro non lontano delle stesse città  americane, è perciò evidente ed amplificata dal successo dei lanci effettuati tra il maggio scorso e l’estate, di missili a raggio intermedio (Hwasong-12), ovvero compreso tra i 500 e i 5.500 km, atti a trasportare armi nucleari. Obiettivo del regime di Kim Jong-un è¨ sviluppare un missile intercontinentale (ICBM) a due stadi, lo Hwasong-14, in grado di colpire gli Stati Uniti. Il modello 12, sperimentato in maggio e luglio, ha già  raggiunto un’altezza di 2.000 km, dunque l’obbiettivo è alla portata di Pyongyang. Ciò che manca è una buona capacità  di miniaturizzare le testate e perfezionare i sistemi di guida e rientro della testata in atmosfera. Ma è solo questione di tempo e dal 2018 la situazione si farà  davvero critica. Lo spettacolare sviluppo della capacità  missilistica del regime negli ultimi due anni, col passaggio al raggio intercontinentale, non è dovuto all’abilità degli scienziati nord-coreani né misterioso. Dopo l’abbandono del poco affidabile missile intermedio Musong sono stati infatti impiegati motori RD-250, a propellente liquido ed alto potenziale, provenienti (per via teoricamente illecita) dai territori dell’ex-Unione Sovietica: Federazione Russa o più probabilmente Ucraina. Kim Jong-un non è folle: come altri dittatori di Paesi deboli e isolati prima di lui applica una pericolosa strategia di manipolazione del rischio, diretta a minare la relazione Cina-USA e al distacco (“de-coupling”) di questi ultimi da Corea del Sud e Giappone. La minaccia a fini deterrenti di una rappresaglia nucleare americana a fronte di mosse inaccettabili di Pyongyang perderebbe infatti di credibilità , in caso di rischio di una contro-replica nord-coreana dello stesso genere. Parafrasando un’espressione della guerra fredda: Seul vale S. Francisco? La Cina è in imbarazzo: incapace di controllare un regime di cui non può tuttavia tollerare il collasso, pena trovarsi gli Stati Uniti ai confini, e preoccupata dallo spiegamento in Corea del Sud del sistema antimissile americano THAAD; i cui radar potrebbero diminuire l’efficacia del suo deterrente nucleare. Gli Stati Uniti non possono lanciare un efficace attacco preventivo: la replica nord-coreana contro il Sud, nucleare e/o convenzionale, causerebbe infatti milioni di morti, tra cui migliaia di americani. Ne è credibile che le nuove minacciate sanzioni contro i Paesi che commerciano con Pyongyang, Cina in testa, le quali tra l’altro danneggerebbero innanzitutto gli Stati Uniti, spingano Kim Jong-un ad abbandonare un programma giunto a tale livello di sviluppo. Non è però pensabile che Washington accetti, immobile, una spada di Damocle nucleare di Kim Jong-un sulla propria testa; mentre Seul e Tokyo hanno forti incentivi a proliferare. Dalla crisi pare trarre vantaggio, significativamente, solo Mosca. Di certo, qui giunti, non è la politica dei tweet che potrà  evitare il rischio di una scalata della tensione dagli esiti imprevedibili.

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