Perchè il poeta

Michele Feo

Parte III: Perché il Poeta.

Egregio dottor Widmann, capisco che la bibliografia dantesca è straordinariamente ricca ed è impossibile dominarla tutta, ma la esorto a sfogliare le lettere di Ernst Robert Curtius, sì quello che disse che Dante era un grande Mystifikator (e lo disse non con intenti denigratori), in dialogo col suo geniale allievo morto troppo presto in guerra, Karl-Eugen Gass. In quelle lettere i due tedeschi si posero il problema dell’origine della Commedia: Gass si chiedeva in quale modo «la grande poesia possa crescere dalla poesia amorosa (accanto all’altra radice principale, quella
politica)». E il maestro rispondeva che «la radice più profonda della Commedia potrebbe essere il religioso – non l’erotico, né il politico». Ma poco dopo si correggeva e, con maggiore intuizione storica, diceva: «Ci si meraviglia sempre che la letteratura italiana sorga solo nel XIII sec. e poi produca immediatamente un capolavoro come la Divina Commedia.
Ma la Divina Commedia non è riconducibile alla letteratura popolare italiana, francese e provenzale, bensì soltanto da comprendere storicamente come dispiegamento e maturazione di tutto il latino medievale». Gli intendenti hanno capito che dietro questa lettera del 21 gennaio 1943 c’era già la lunga costruzione della fortezza della grande Europäische Literatur und lateinisches Mittelalter che sarebbe apparsa nel 1948. Aggiungo, con il coraggio di mettermi a rifinire Curtius, che quel
preteso ritardo nella nascita della letteratura italiana fu dovuto proprio al fatto che l’Italia era detentrice privilegiata dell’eredità latina, che era quanto dire ragione e fondamento dell’unità più profonda dell’Europa, unità sentita e vissuta molto prima dei manifesti di Ventotene e dei traballanti accordi di Schengen. Sì, è così, come vedeva Curtius, e le ascendenze trobadoriche cui per Dante si appella Widmann sono solo rivoli che affluiscono alla grande piena del fiume principale. Quel fiume davanti al quale era rimasto incantato e commosso il nostro più grande filologo dell’Ottocento, che passa per dotato di olimpica serenità, quando davanti alla immagine di Trivia che ride fra le ninfe etterne osò dire nel Virgilio nel Medioevo che nessun altro poeta latino fra gli antichi e Dante era stato capace di versi di tale bellezza, e finalmente che Dante lì non era stato un classicista, ma un poeta, davanti al quale gli inventori stessi dell’immagine, Virgilio e Orazio, impallidivano. Certo l’idea che la Commedia nasca per partenogenesi può essere venuta in testa a
qualcuno, ma a mio ricordo non è uscita dalla aule delle nostre università.
Primo, perché le partenogenesi sono fenomeni religiosi e non appartengono alle vicende umane; secondo, perché in quella espressione geografica che si chiama Italia e che per noi italiani è anche una unità spirituale, prima di Dante non c’era il vuoto neanche in volgare, perché concretamente avevamo in mano la lirica religiosa di san Francesco e perché l’ipotesi di un’area poetica settentrionale ha trovato in qualche modo una conferma nella scoperta di una canzone “ravennate” databile intorno a fine cento. Temo che Widmann abbia un concetto confuso della fonte poetica, quando si attenta a parlare per Dante di qualcosa che sta fra gara e ambizione, non certo come è stato pecorescamente detto, di plagio e appropriazione indebita. Temo che si sappia poco che tutta la letteratura è un tessuto continuo che si tesse per autotessitura nel corso dei secoli, e che necessariamente le liriche e i poemi e i romanzi si incastrano l’uno coll’altro e non solo si può ma si deve ricostruire la storia di questo continuum. Fa ridere dirlo, ma Dante non è un epigono dei provenzali, come non lo è dei siciliani, che pure sono venuti prima di lui e dalla Sicilia sono passati in Toscana, ma a loro volta erano nati in grembo alla cultura araba del Sud. A proposito degli arabi, è veramente comica l’imputazione a Dante di aver letto, ovviamente in traduzione, l’araba Scala, come se leggere gli arabi fosse un delitto. Io non so se veramente quell’opera abbia fornito al Nostro l’idea dell’ascesa al Paradiso, ma la soluzione del problema è solo una nota di commento alla migliore comprensione storica ed esegetica della Commedia, delle sue fonti, delle sue innervature, delle sue idee e delle sue battaglie, del mondo e della poesia dantesca in un contesto culturale mediterraneo. Se, per puro gioco intellettuale, volessimo applicare lo stesso metodo inquisitorio a Shakespeare, ridurremmo il bardo alla rovina, tante sarebbero le tasse da pagare all’ufficio del registro dei prestiti, dei topoi, della imitazione e dei furti. Se infatti si tolgono le Storie inglesi, quasi tutto il resto di commedie e tragedie è materia della novellistica e del teatro italiano cinquecentesco, talché qualcuno ha detto che il migliore teatro italiano riansciemntale è proprio quello di Shakespeare, e che i nostri teatranti sono migrati lassù, perché in Italia l’aria politica si era fatta irrespirabile e anche qualche innocente battuta su Dio e i santi poteva portare al rogo. E siccome il teatro ha senso se è permeato di libertà di parola, di conseguenza tirate le conseguenze.

Quanto a quegli che avrebbe rivelato la famigerata fonte mussulmana della Commedia, fa di necessità dire che l’area geografica sulla quale vivono i leoni non è proprio la nostra: dove invece al posto di quelle presunte fiere stanno insigni orientalisti, quali Enrico Cerulli, Francesco Gabrieli e Giorgio Levi Della Vida.

Qualche altra discutibile osservazione di Widmann ci riporta alla figura di Dante etico e di Dante politico, che fanno in realtà tutt’uno. Aveva il poeta il diritto di fronteggiare Dio, arrogandosi il compito di governare delitti, pene e premi? Secondo Widmann no. Ma Widmann non sa di non essere solo, non sa che uno studioso italiano, Luigi Lombardi Vallauri, espulso per le sue idee dall’Università Cattolica del S. Cuore, invoca da anni una nuova concezione del diritto, che non escluda gli animali, e protesta ancor più fortemente, contro l’assurdità giuridica di condanne infernali spropositate rispetto alla colpa, giacché sì, pene eterne sono spropositate e ingiuste al correspettivo di qualunque colpa. Tutti da noi lasciano Vallauri parlare, senza prender posizione; ma è stato Emilio
Pasquini che ha fatto osservare come nel XIX del Paradiso Dante osi porsi solo a fronteggiare Dio stesso e la sua giustizia, col chiedersi con angoscia sul limite della disperazione come sia possibile condannare all’esclusione dal Paradiso chi, vivendo in terre mesopotamiche, quindi
lontane dal messaggio evangelico, non abbia potuto accedere alla fonte della verità, non per colpa sua, ma per le condizioni obiettive in cui si è trovato a vivere. Ma, fatta la tara alla tassonomia bibliografica, mi chiedo: si ha il diritto di condannare le idee e le invenzioni dei poeti, o ci
si deve contentare dell’esegesi e delle dichiarazioni di dissenso? Avrei paura di esaminare e sottoporre a processo i poeti, perché dovremmo rivedere tutta la storia umana. Del resto fronteggiare Dio: non sarà meglio dire che Dante fronteggia i teologi e non Dio? Personalmente ho
sentito fronteggiare i teologi fior di sacerdoti per il resto integri nella loro fede, e non mi appello all’Encomio della Pazzia di Erasmo. Anche i migliori difensori di Widmann dissentono dal suo giudizio su Francesca da Rimini. Invece io dico che quello è il passaggio del nostro amico
tedesco che mi piace di più. E mi piace proprio perché le passioni terrene che ancora avvolgono Dante personaggio spingono Dante poeta a scivolare sul terreno pericoloso di solidarietà coi peccatori e i dannati.
Noi atei e peccatori ci diciamo spesso scherzando che andremo all’inferno e lì ci ritroveremo tutti insiemi e non sarà forse del tutto male ritrovarsi. Perdonate la facezia, ma fate attenzione a quanto ora dirò.
Dirò che, da qualunque parte la si guardi, la Commedia è anche uno scacco alla bontà divina, è un ritorno alla terra e alla povertà, è una riconciliazione con la femminilità e con l’opera umana che salva. In questo senso Dante è davvero poeta «der irdischen Welt», è poeta di questo mondo, ed è combattente per la crescita civile e religiosa delle terre e degli uomini che collaborarono con Augusto e ora sono dispersi come semi di grano nei solchi.

Nel saggetto di Widmann è esplicito il rifiuto di un’arte ‘etica’ (forse per un malinteso parallelismo con lo stato ‘etico’, che ha inferto alla coscienza nazionale ferite che ancora dolgono). Al moralismo arbitrario di Dante si contrapporrebbe nobilmente la «Amoralität» di Shakespeare.
Ma qui il lettore smarrito ha il diritto di chiedersi su quale mai penetrante esegesi si basi questa presunta amoralità scespiriana, solo che si ricordi la scelta decisamente favorevole per Antonio e Cleopatra avverso Augusto, o la glorificazione di Giulietta e Romeo contro la cieca tracotanza delle loro famiglie, e la partecipazione innegabile per Amleto autore di stragi e per Giulio Cesare tiranno e per Antonio contro i tirannicidi. Nei grandi la scelta etica non è mai predicatoria ecatechistica,
e in Dante come in Shakespeare grandeggia su una dimensione tragica.
Ma nello sfondo di simili pregiudizi c’è una visione storica dell’esperienza religiosa e della civiltà stessa europea che non so chiamare se non germanocentrica e che coinvolge sotterraneamente l’Umanesimo, il Rinascimento e l’alleanza che con questi movimenti strinse la Chiesa cattolica. A Widmann pare decisiva la rottura che col moralismo ‘romano’ operò Lutero. Ma non sa che le radici ideologiche di quella rivoluzione germanica affondano anche nella rivoluzione ‘latina’ dell’Umanesimo, e che esse furono nitidamente ma vanamente esposte nel 1513 dai frati camaldolesi Paolo Giustiniani e Pietro Quirini al papa Leone X, il quale era del tutto inabile a intenderle, e restano come mirabile esempio della forza del pensiero che non sa farsi prassi o anche che esita a farsi prassi per paura di diventare altro, come pure capitò al vangelo di Lutero, allorché da portatore di una più sana buona novella, si trasformò in parola aguzza come spada, banditrice di repressione, di spargimenti di sangue e di necessità della guerra santa di classe, contro l’eroismo dei contadini glorificato da Dürer.

Da ultimo vorrei richiamare l’attenzione sull’isolamento di cui gode in Germania la voce di Widmann. Apprendo dalla sullodata amica italiana vivente a Berlino che la rivale del giornale di Widmann, la FAZ, a partire da maggio pubblicherà ogni giorno il commento a una terzina dantesca.
E apprendo altresì che all’incursione di Widmann hanno opposto perplessità o dissenso personalità tedesche di ben altro livello intellettuale. Sono Bernhard Huss, italianista, dantista, petrarchista, che a Berlino dirige il fervido Italienzentrum, tutti i giorni impegnato a costruire ponti con la cultura italiana, e Eike Schmidt, che a Firenze dirige con amore e competenza la Galleria degli Uffizi. Huss e Schmidt non sono solo amici dell’Italia e di Dante, sono due alfieri dell’unità europea e del contributo che ad essa hanno portato l’Umanesimo e il Rinascimento italiano, quell’età felice a dispetto delle sue contraddizioni che sono stati proprio grandi studiosi tedeschi a scoprire e in certo senso col loro racconto a inventare. Quegli uomini straordinari furono il nietzscheano Burckhardt, il ghibellino Voigt, i ‘minatori’ Burdach e Piur, il sognatore Warburg, l’ulisside Kristeller. Tedeschi di nascita e di cuore, sentirono l’Italia come seconda patria, si sentirono a casa fra le montagne di codici e lettere dei maestri di scuola che in tutte le città della Penisola vissero una straordinaria stagione di libertà intellettuale durata due secoli, degli artisti di bottega che mestando colori e levigando marmi riportavano in vita gli dèi antichi. Venivano i tedeschi giovani, ardenti di sapere e di arte, nelle università italiane ad acquisire il titolo di dottore e se ne tornavano in patria con le bisacce cariche di libroni e di opuscoli. E per loro l’Italia non era una terra di volpi e di leoni, ma era un vero e proprio paradiso terrestre. Sapevano che era il giardino d’Europa, sapevano che il sangue che scorreva nelle vene dei nostri padri era mescolato con quello dei loro padri, fin da quando erano discesi a ondate successive e disordinate a impossessarsi delle nostre città, delle nostre tradizioni e del nostro patrimonio di civiltà. Sapevano che il primo che coniò il sostantivo ‘italiano’ fu un longobardo nato a Cividale del
Friuli e diventato monaco di Montecassino, e con quel nome volle dire che l’italiano non è né latino né germanico, ma appunto italiano. E nessuno degli italiani ha rifiutato o ritenuta straniera la più bella scrittura che mai sia apparsa sotto il cielo, la beneventana. Sapevano infine quei vostri padri, fondatori con noi del mondo moderno, che la loro stessa detenzione del potere politico era legittimata dal nome di Roma, e romano si chiamava l’imperatore che risiedeva a Praga e nel nome di
Roma promuoveva il progresso e la pace, prima che l’arrivo in Italia degli intellettuali greci della diaspora arricchisse di nuove e possenti linfe il destino dell’homo europaeus. E sapevano bene infine che al mondo tedesco era stato abbarbicato il sogno politico del padre Dante, che non rinnegava certo nulla del sistema democratico fiorentino, che pure gli aveva inferto le ferite personali più dolorose, ma attendeva che a punire e a collocare al suo posto l’arroganza di Firenze e degli altri comuni padani doveva provvedere l’autorità imperiale sovrana del «buon Barbarossa». È anche per il fiume carsico di questa lunga storia che nell’infame Novecento che abbiamo alle spalle, davanti all’eclisse della civiltà, tanti nobili spiriti tedeschi fuggirono dalla loro patria e fra 1933 e
1945 cercarono rifugio in una Italia mitica, anch’essa avvolta da progredienti tenebre, ma desiderata ancora come patria delle Muse e dei limoni in fiore. E anche per questo nel tragico 1945 il Klaus Mann che aveva trascorso dodici mesi sulla linea gotica poteva scrivere in Italia per una rivista americana: «La tenace, indistruttibile vitalità dell’arte ha qualcosa di sorprendente e di commovente, qualcosa di assolutamente meraviglioso. Sembra che gli impulsi artistici dell’uomo siano altrettanto forti della sua volontà di vivere e del suo istinto di conservazione. Fino a quando l’umanità continuerà a lottare, anche l’arte non cesserà di esistere; come l’Araba Fenice, sopravviverà alle vicissitudini e alle catastrofi della storia» (trad. it. di Benedetta Heinemann Campana).
Sono fondamentalmente un pessimista, ma credo, contro ogni speranza, che anche il verso di Dante non cesserà di esistere e di iniettare nei cuori degli uomini il vaccino dell’umanesimo e della poesia, almeno finché il sole risplenderà sulle sciagure umane.

(Tutto questo volli dire ex abundantia cordis e con animo contrito, ma in spirito di verità e di pace. Grazie a tuti quelli che mi hanno gratificato della loro attenzione e non paradossalmente grazie ad Arno Widmann, che mi ha dato l’occasione di queste riflessioni. Se qualcuno ho offeso o
urtato, chiedo venia).

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