La rissa

Michele Feo

Parte II: La rissa

La rissa è sempre piaciuta. È sempre piaciuta ai piccini e ai grandi.
Petrarca, che piccino non era, spesso la cercava, esagerando le posizioni dell’avversario. La cercava contro i francesi, la cercava contro i medici, la cercava contro i suoi critici. Qualche volta la cercava anche contro gli amici, ovviamente in questo caso ingentilendo i toni, ed erano amici
come Giovanni Boccaccio. Si cerca la rissa, per affermare meglio e più decisamente certe proprie idee e convinzioni, insomma più che con l’intento di gettare nella polvere l’avversario, con quello di far emergere la propria personale grandezza. Come regola generale, è bene tenersi alla larga dalle risse. Occorrerebbe insegnarlo ai bambini, i quali, se vedono una rissa, sono presi dal desiderio pazzo di buttarcisi dentro. Ma buttarsi dentro è meglio di no, perché la novella può finire che ti prendi
una sonora bastonata, non sai da chi, non sai perché. Eppure anche stare a guardare non è segno di grande nobiltà d’animo. Sicché ognuno faccia come gli pare.

La discussione intorno all’articolo di Arno Widmann mi pare abbia avuto i colori della rissa. Si è esagerato. Ha cominciato coll’esagerare il Widmann stesso, anche se poi ha gettato acqua sul fuoco. Subito c’è stato chi ha trovato e colto l’occasione per un ulteriore attacco politico all’Europa e alla Germania. I secondi esageratori hanno peccato di scarsa conoscenza del tedesco, e questo non ci fa onore, ripetiamolo a chiare lettere. Poi è scattato una specie di soccorso rosso e l’argomento
fondamentale è stato che i detrattori di Widmann sono gentaglia di destra, tipo Salvini & Co., e allora, altro ahimé, il gruppo si ricompatta, va a Canossa, riempie i social di atti di contrizione e quasi quasi si prostra davanti a chi il giorno avanti era un gaglioffo. Miracoli del volteggiare italico, sempre pronto a pensare che solo lo sciocco non cambia mai idea.
Io non cambio idea, ma cerco di capire se ho sbagliato. E ho fatto questa triste riflessione, che fra noi e i fratelli tedeschi c’è una ruggine antica, che si occulta nei salamelecchi ufficiali e nelle sagre di paese (molto), nei rapporti economiche e politici (meno), ed esplode nei momenti più frivoli, come accade fra vecchi coniugi che hanno passato una vita insieme in vera solidarietà di affetti e di interessi, ma litigano furiosamente ogni qualvolta in bagno si trova il dentifricio un’altra volta senza tappo. Intanto la amara radix prima del peccato spopola sulla prima pagina dei giornali italiani (oggi sul Corriere), viene soccorsa dalla Frankurter Rundschau, dall’italiano Fatto Quotidiano, e da perfido e furioso il teutone fa la metamorfosi in un sacrificale agnellino pasquale.
Mi dico che sarebbe stato meglio tacere e farmi i fatti miei. Ma ormai ho preso la parola e devo finire il discorso. Terrò conto correttamente del vero testo originale, dell’intervista a Saviano, delle lettere e dei commenti saggi di amici tedeschi, Bernhard Huss, Lilo Grevel, Ingrid
Sitta, di Benedetta Heinemann Campana che vive Berlino da una vita, felicemente sposata con uno studioso tedesco e madre felice di figli affermati nel mondo culturale tedesco, e terrò conto dei commenti degli amici italiani esposti per lettera e su facebook.

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