Amici

Michele Feo
Storicità  e universalità  di Dante.
Parte I: Amici.

Qualcuno mi tira per la giacchetta, mi chiede se ho letto l’articolo contro
Dante scritto da un giornalista tedesco sulla «Frankfurter Rundschau» il 23.03.21, mi chiede di dire cosa ne penso. Rispondo: Cosa vuoi che ne pensi, mi sembrano polemiche effimere e pretestuose, lascia perdere. Ma non basta, gli animi sono esacerbati, quasi quasi più che per il covid.
Del resto, si sa, la nostra è civiltà di quartieri, di fazioni, di contrade, di derby, di cortili e di pianerottoli rissosi. Tu’ ma’! Vaffa! Andate nei paesi meridionali e tornate nel tempo di cinquant’anni. Vedrete agli angoli delle strade donne che si accapigliano, strappandosi vicendevolmente i capelli lunghi. A teatro queste guerre finte furono rappresentate con arte e ironia nella Gatta cenerentola, quando due gruppi di popolane si fronteggiano lanciandosi accuse e vituperi che nel contrasto crescono linguisticamente fino al parossismo del turpiloquio, e mandano tutte a casa illese nel corpo. Facciamoci allora coraggio ed entriamo in questo torneo con armi di cartapesta ed elmi di alluminio.

Dante è il poeta degli italiani, è il padre della lingua italiana? Dante è giusto nel condannare ed assolvere, Dante è un inventore di miti o un ripetitore sgonfio di romanzi altrui, è un innovatore lirico o un maldestro ladro di idee e forme nate e maturate altrove? E, giacché ci siamo a fare
il processo al poeta, esaminiamo tutta la sua fedina penale: si è reso conto di aver fatto dell’inferno un luogo di somma ingiustizia? Si è mai accorto della propria arbitrarietà nel giudicare?

Diciamo la più elementare e la più sconfortante delle verità. C’è qualche pregiudizio fra noi e i fratelli d’oltralpe. Noi stimiano i tedeschi, ma non li amiamo, loro ci amano ma non ci stimano. Se non è così, è detto bene, e come tutti i proverbi sembra esser vero. Proverbi o no, i pregiudizi triviali che investono i due popoli sono molti, e non pochi gli epiteti ingiuriosi che ci scambiamo, a cominciare da quell’«italioti» di cui ci gratificano i fratelli tedeschi e di quel «crucchi» che noi loro rimpalliamo.
Noi che ci crediamo moralmente e politicamente superiori perché, dopo venti anni, ci ricordammo di resistere al fascismo, siamo pronti a identificare, fuori di ogni ragionevolezza storica, il termine «tedesco» con «nazista»; i tedeschi, senza farsi molto vanto della «Weisse Rose» e del colonnello Claus von Stauffenberg, sotto sotto e anche in superficie ci assimilano a Pulcinella per i walzer politici, per l’8 settembre e per l’arte antica di far la guerra fuggendo. Ma i tedeschi amano l’arte italiana, il vino, gli spaghetti e, quando vengono qui a passare le vacanze, apprezzano quel moderato e simpatico senso di libertà da regole e lacciuoli; e noi amiamo le loro autostrade senza pedaggi, i loro ordinati musei senza biglietti, la loro ospitalità per gli stranieri, un po’ fredda ma sempre formalmente corretta.

Perché dovremmo intorbidare questi rapporti di buon vicinato, di antica fratellanza e oggi di buona educazione civile e politica? Perché dovremmo farlo per un errore di galateo, che contraddice tutta una tradizione che, pur con qualche riserva, possiamo considerare altamente positiva? I tedeschi stanno con noi a Firenze, dove hanno impiantato un istituto favoloso per la storia dell’arte con annesso un non meno favoloso periodico, ai quali fanno ricorso tutti i nostri storici dell’arte.
Stanno a Roma da oltre un secolo, dove possiedono un Istituto Storico Germanico, un Istituto Archeologico Germanico e la Bibliotheca Hertziana per la storia dell’arte. Noi siamo presenti in Germania con l’Italienzentrum di Berlino, con il Petrarca-Haus di Colonia, con il via-vai di dottorandi e professori, finanziati dalla Alexander von Humboldt-Stiftung o dalla Herzog-August-Bibliothek di Wolfenbüttel. E, per restare al cosiddetto minimo salariale, è più facile accedere da casa propria a incunaboli e cinquecentine italiane messe on-line dalla Bayerische Staatliche Bibliothek di Monaco che raggiungere in persona gli stessi libri custoditi nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze o nelle biblioteche pubbliche di Pisa.

Ma vengo a Dante e all’argomento del contendere. Se devo esser sincero, mi pare una tempesta in un bicchier d’acqua. Da parte tedesca, o piuttosto da parte dell’avventurato signor Widmann, che io non ho avuto occasione di conoscere personalmente né di apprezzare come studioso, mi sembra di aver di fronte un articoletto mediocre, dei tanti che si scrivono da quando scrivere è diventato facilissimo per ogni porticato di città e casolare di campagna, un articolo che in altri tempi nessuno avrebbe degnato di considerazione e che l’autore stesso si sarebbe guardato dall’inserire nel suo curriculum per un posto di fattorino all’università. Da parte italiana, mi pare che si reagisca in alto
loco con un certo qual provincialismo, attribuendo al fatto la potenza di una bomba, mentre è poco meno di un petardo di fine anno. Ma, fosse anche, come uno scrittore italiano di successo sostiene, roba di una certa finezza, non ci sarebbe comunque motivo di scandalo e insurrezione a difesa della patria, giacché discettare, discutere, criticare i fatti degli altri, in specie in letteratura, è costume ormai abusato e secolare, e finalizzato più all’autopoiesi che all’esegesi dei morti, che, essendo morti, non hanno più diritto di parola.

Dirò ora qualcosa avverso Widmann e in difesa di Dante, ma, sia chiaro né contro il popolo tedesco, né a favore di quello italiano: che a mio parere sarebbe come entrare in uno di quei giochi sconsiderati, in cui entri allegramente e ne esci senza camicia e senza mutande. E portare acqua a incrinature politiche per motivi futili sarebbe irresponsabile, e più che mai oggi. Mi permetto anche, preliminarmente, di fare una raccomandazione a noi italiani, ed è quella metodica di non parlare di argomenti ai quali non si può accedere direttamente per mancanza di nozioni linguistiche appropriate. Vogliamo dirlo, che la conoscenza del tedesco in Italia è stata sempre debole e che quel poco è più presente fra gli emigranti per lavoro che fra i professori universitari? Che sempre più studi alti sono gremiti di errori di tedesco e che sempre più diventa legittimo ignorare in sede di ricerca storica la bibliografia tedesca, con l’argomento che la qualità della cultura e della scienza di quel popolo si sia indebolita e marci verso lo spegnimento?

Ma, detto questo, è vero che l’articolo di Widmann è ottimo e dice «invidiosi veri» critici e storiografici? A me pare che, se non dice fesserie, non dice nemmeno genialità, anzi ripete per lo più luoghi comuni, assemblandoli abilmente in una piccola congiura antidantesca. Il primo passo falso di Widmann consiste nel nome della Commedia, che egli chiama Göttliche Komödie e che invece è Commedia o Comedìa, con tutto quel che consegue di interpretazione dell’opera (che non è roba inutile e che ha trattenuto fior di studiosi in lunghe polemiche). Si studi il Widmann i numerosi contributi sull’epistola a Cangrande, poi si faccia un’idea e decida quale pesce prendere. Se la Commedia sia davvero una delle opere più importanti prodotte dallo spirito umano può essere oggetto di una discussione, per chi ha tempo da dedicare a questo problema piuttosto che alla lettura: ma io esorto il Widmann a documentarsi su questo punto, non su quello che hanno pensato e pensano gli italiani. Sì, perché si scoprirebbe che noi siamo stati nel tempo più ipercritici di lui: e nell’età dell’Umanesimo molti ritennero che il poema fosse degno di finire sui banconi del mercato e servire appunto da far cartocci per involgere pesci. Non legga La poesia di Dante di Benedetto Croce, che, con tutto il rispetto, non capì molto, e con quella sua idea che il poema era un romanzo medievale anche bruttino, era disposto a salvare poche pagine. Legga invece la traduzione tedesca di Gmelin e i volumi di Vossler. Legga i meravigliosi scritti danteschi di Erich Auerbach, realizzati a Istanbul con il soccorso bibliografico di un nunzio apostolico italiano che poi sarebbe diventato papa. Legga degli studi italiani la grandiosa Difesa della Commedia di Jacopo Mazzoni (uscita nel 1587 e nel 1688, e quest’anno riedita in nuova edizione critica): ma temo che gli sarà duro percorrere quell’immenso mare di oltre mille pagine, dalle quali emerge come Dante sia un punto di svolta di tutto il cammino dell’umanità, e (sottinteso) che le graduatorie per i primi posti fra Omero, Virgilio, Dante, Shakespeare, Cervantes, Firdusi, Nibelunghi e Mahabarata sanno di premi letterari dell’industria editoriale: visto anche che, come Dante ci ha spiegato, nell’Empireo i beati godono tutti la beatitudine, anche se ognuno è tutto pieno della propria. Devo ricordare a Widmann la lunghissima voce «Germania» della Enciclopedia dantesca, dalla quale risulta come qualmente i suoi connazionali sono stati sempre fedeli ammiratori del Nostro, che hanno fondato una prospera Deutsche Dante-Gesellschaft e pubblicano una rivista dantesca, il «Deutsches Dante-Jahrbuch». E voglio qui anche ricordare qualche aneddoto: quando due anni fa sono stato invitato a parlare della biblioteca del Petrarca nel castello di Hundisburg, un vecchio signore, appurato che ero italiano, è venuto a presentarsi per il piacere di dire che era un discendente di Karl Witte (che certamente Widmann conosce). E io, che sono quello che con disprezzo si chiamava topo di biblioteca, sono uno dei pochi, se non l’unico, che nei suoi studi danteschi cita con rispetto e onore i commenti danteschi del principe tedesco (figlio di una italiana) Giovanni di Sassonia, noto con lo pseudonimo di Philalethes.

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